In questo periodo, la crisi internazionale pone con forza il tema della ricerca di alternative energetiche. Non è la prima volta che riflettiamo su questioni simili: certamente con meno urgenza, ma non senza preoccupazioni. Qualche anno fa la rivista “National Geographic” ha diffuso una serie di documentari dal titolo L’alba del giorno dopo. Il mondo senza petrolio, in cui si affrontava un argomento alquanto spinoso: che cosa succederà alla società e al sistema economico mondiale quando le risorse petrolifere saranno definitivamente esaurite? Dopo oltre un secolo e mezzo dall’attivazione del primo pozzo petrolifero in Pennsylvania, negli Stati Uniti d’America, il petrolio è ancora una fonte di energia alla quale sembra impossibile rinunciare.
Questo aspetto dipende strettamente dal fatto che le sue caratteristiche lo rendono competitivo dal punto di vista del rendimento energetico rispetto ad altri combustibili fossili come gas e carbone. Inoltre, il fatto di essere disponibile in forma liquida, lo rende anche eccezionalmente trasportabile e immagazzinabile. Infine, il petrolio è anche la materia prima per una grande quantità di derivati come la plastica. Le caratteristiche positive del petrolio hanno determinato una sorta di “appiattimento” della ricerca tecnologica sull’uso di questa materia prima come fonte di energia, rendendo i nostri sistemi economici estremamente dipendenti dal suo consumo. Ma che cosa accadrebbe se il petrolio finisse da un giorno all’altro? Oggi vi racconto qualcosa in più di una parola magica: parlerò di un concetto chiave che ha davvero mostrato la questione dell’energia da un diverso punto di vista.

Il picco di Hubbert
Nel 1956 lo scienziato statunitense Marion King Hubbert diffuse un importante studio che predisse l’inizio della fine. Secondo lo studioso, intorno al 2014 il petrolio avrebbe raggiunto il proprio picco di estrazione, cioè la massima quantità di produzione possibile, dopodiché i giacimenti noti avrebbero iniziato a esaurirsi e progressivamente si sarebbero scoperti e sfruttati tutti quelli non ancora conosciuti.
In principio le teorie di Hubbert furono criticate, tuttavia negli anni Settanta del secolo scorso si rivelarono corrette se applicate ai singoli Stati degli USA. Successivamente, altri studiosi hanno ripreso i suoi lavori, considerando anche fonti estrattive che negli anni di Hubbert non erano ancora sfruttate e il picco si è spostato in avanti di qualche decina d’anni. Il modello proposto dallo studioso, anche se impreciso, delinea una situazione in cui accedere e utilizzare le risorse petrolifere sarà sempre meno conveniente dal punto di vista economico. Che fare quindi?
Per fortuna, e diversamente dal documentario di cui abbiamo parlato nel primo paragrafo, il petrolio non finirà dall’oggi al domani. Importantissimo sarà quindi investire sullo sviluppo delle fonti rinnovabili, ma anche improntare la ricerca tecnologica a una progressiva sostituzione dei sistemi, come i motori o le centrali, che sfruttano il petrolio come combustibile o forma di energia.

