Il patrimonio edilizio come “insegnante in più”
In Italia si torna a parlare con forza di un patrimonio edilizio scolastico profondamente in crisi. Questo stato di grande sofferenza degli edifici scolastici è noto da tempo: le iniziative finalizzate alla sensibilizzazione sui temi della sicurezza di Cittadinanza Attiva, i rapporti di Legambiente sull’“Ecosistema Scuola”, l’Anagrafe dell’Edilizia Scolastica possono essere considerati ormai una base dati ricca e stratificata. Le ricerche di Indire e Fondazione Agnelli sono certamente esperienze utili per trovare buone pratiche operative da diffondere sul territorio.
L’urgenza post pandemica di riaprire le scuole in sicurezza ha fatto emergere ritardi, inerzie, difficoltà di gestione, ma anche reso palesi alcuni aspetti su cui varrebbe la pena di investire a lungo termine. In primo luogo, certamente la necessità di interventi di manutenzione urgenti da affrontare semplificando le procedure e coinvolgendo attivamente le comunità scolastiche. In secondo luogo, la mancanza di spazio utile ad accogliere un maggior numero di classi più piccole. Ultimo, ma forse più importante aspetto, l’importanza di inserire queste nuove esigenze legate allo spazio in un progetto educativo.
Arrivano i fondi del Pnrr e la fretta di trovare progettualità su cui investire si confronta con un’idea antica, attribuita fra gli altri a Malaguzzi e certamente prima a Maria Montessori, che vede l’architettura delle scuole come un potente dispositivo educativo: una sorta di insegnante in più. Un’infrastruttura che può inserire in un quadro ricco di senso le diverse attività che coinvolgono docenti e allievi, creando un valore aggiunto sul piano dell’apprendimento.

Rapporto tra pedagogia e architettura
Il rapporto fra pedagogia e architettura è da sempre complicato. Non è semplice trovare edifici che nascono come sintesi efficace di una riflessione comune, forse a causa di percorsi e processi progettuali mai davvero frutto di una profonda condivisione di saperi e competenze. Ancora più difficile è trovare apparati normativi o azioni politiche che abbiano messo a disposizione strumenti per avviare queste forme di condivisione.
Possiamo certamente dire che in Italia, come in gran parte d’Europa, gli atlanti di buone prassi legate all’edilizia scolastica hanno l’aspetto di una collezione di belle intuizioni singole con un forte carattere di sperimentazione, ma difficilmente sono collegabili a una politica territoriale di edilizia ispirata da una visione pedagogica condivisa in modo ampio. La ricerca di un’innovazione a tutti i costi, che abbracci metodologie didattiche e spazi, porta spesso a dimenticare, o meglio a non diffondere nel modo opportuno, tradizioni consolidate o esperienze che invece sono state animate proprio dall’ispirazione opposta.
È il caso del lavoro pluridecennale di Herman Hertzberger, importante architetto olandese, che della progettazione delle scuole ha fatto un vero e proprio filo conduttore nella propria vicenda professionale. In una vecchia intervista, l’architetto sostiene che l’esperienza vissuta in prima persona come allievo e i racconti della moglie, maestra montessoriana, hanno reso centrale il concetto di pedagogia dello spazio nella sua pratica progettuale.
Questa idea vede la scuola come uno spazio da abitare e scoprire, capace di costruire allo stesso tempo una grande cornice di senso al percorso didattico degli allievi e una grande infrastruttura che tiene insieme opportunità e stimoli per l’apprendimento. L’edifico deve avere un’articolazione spaziale in grado di ospitare e “dare forma” ad attività di tipo diverso e favorire pratiche di appropriazione dello spazio da parte degli allievi. Hertzberger ha avuto la possibilità di applicare questi principi progettando e realizzando edifici che sono piccole città nelle città: l’alternanza fra spazi dedicati e spazi collettivi, infatti, simula l’articolazione fra luoghi pubblici e privati del tessuto urbano e costruisce una metafora di fondo molto utile a sviluppare senso civico e competenze di cittadinanza attiva.
Come diffondere questi concetti e trasformarli in buone pratiche condivise? Forse scegliendo alcuni temi su cui lavorare, mettendo al centro l’idea che un’istruzione di qualità potrà nascere solo in spazi che la sapranno accogliere. Ecco alcune questioni su cui riflettere.
1. Una scuola, tante scuole: l’aula al centro
Gli edifici scolastici sono estremamente presenti e distribuiti su tutto il territorio, con tipologie anche molto diverse fra loro. Unico tratto comune è la centralità dell’aula scolastica. Nonostante la ricerca pedagogica e quella architettonica abbiano subito il reciproco fascino, e di ciò rimane traccia in numerosi esempi, nulla è valso a scardinare il fondamento di una didattica eccessivamente trasmissiva. La lezione frontale si traduce nella pianta degli edifici come un assetto rigido difficile da rimettere in discussione. Mettere mano agli edifici scolastici renderà finalmente necessario elaborare strategie adatte a coniugare ciascuna realtà mettendo insieme la sua articolazione spaziale e le scelte didattiche?

2. Specchio del senso di comunità: prendersi cura dell’involucro
Gli edifici scolastici fanno parte di un patrimonio, di un capitale fisso, che richiede sforzi per essere mantenuto efficiente e per consentire di risparmiare risorse importanti. Inoltre, come ogni edificio appartenente alla collettività, hanno una forte valenza simbolica: sono involucri edilizi in cui tutti si riconoscono e a cui tutti riconoscono un’autorevolezza educativa. Ogni attività di recupero edilizio messa in pratica sul corpo di una scuola ha quindi inevitabilmente un risvolto etico e morale, che esprime un senso di comunità.
Gli enti proprietari (Comuni, Città metropolitane, Enti di secondo livello) faticano molto nella messa in atto di queste attività per ragioni economiche, tecniche e burocratiche di diverso genere. Dirigenti e personale si trovano ad affrontare vere e proprie emergenze con scarsa autonomia decisionale e forti limiti nella programmazione e nella ricerca delle risorse. Ci accorgeremo dell’urgenza di elaborare visioni progettuali di lungo periodo che sappiano tenere insieme questi diversi sguardi?
3. Recinto o realtà accogliente: gli spazi collettivi
Gli edifici scolastici sono luoghi di accoglienza per le diverse generazioni di allievi, ma quanto sono in grado di includere realmente e di facilitare le relazioni? Quanto di ospitare e favorire interazioni positive? Non si tratta soltanto di favorire una accessibilità fisica che compensi le disabilità motorie, ma di lavorare su un insieme più vasto di “barriere” per eroderle e trasformare le scuole in veri e propri incubatori di una società più aperta e migliore.

Quanti edifici scolastici dispongono di luoghi per attività collettive diversi da quelli dedicati alla didattica curricolare? Quali sono oggi realmente aperti al proprio territorio? Quali servizi vengono offerti e condivisi con la cittadinanza oltre quello didattico ed educativo? Quali di essi possono essere realmente messi in pratica nel rispetto della sicurezza e con la massima attenzione alla tutela degli allievi? Esistono spazi che gli allievi possono frequentare anche al di fuori dell’orario scolastico? Le trasformazioni subite dalla società impongono di riflettere in modo sempre più attento sul ruolo che la scuola riveste nella conciliazione dei tempi lavoro/famiglia, e in particolare su quale richiesta di spazio nascerà da questo nuovo e diverso ampliamento dell’offerta educativa.
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